“L’Europa: un modello da riconquistare”
Dall’impero romano ad oggi, la difficile storia di un’unione
Recensione di Luna Simoncini
Sembra proprio una scacchiera l’Europa. Una scacchiera in cui la storia ha mosso e continua a muovere le sue pedine. Un grande palcoscenico che conosce tutte le risposte alle domande più frequenti dell’uomo. Per le sue terre ha visto passare innumerevoli popoli, si è intrisa del sangue delle guerre, ha visto nascere amori e odi, si è lasciata calpestare da personaggi illustri del passato.
Quella del vecchio continente ha tutti gli elementi di una storia che funziona: geografia, movimento, trama, suspense, ritmo e anche qualche effetto speciale.
E’ così che concepisce la storia Sergio Romano, autore del saggio “Europa storia di un’idea. Dall’ impero all’unione” edito dalla FONDAZIONE ACHILLE E GIULIA BOROLI (2005), come un gioco, un continuo spettacolo nel quale siamo noi gli attori.
Sergio Romano, nato a Vicenza nel 1929 è laureato in giurisprudenza alla Statale di Milano. Ha lavorato come giornalista a Milano, Parigi, Londra e Vienna. Ha poi intrapreso la carriera diplomatica nel 1954 che lo ha portato ad essere ambasciatore alla NATO e poi a Mosca tra il settembre 1985 e il marzo 1989, anno in cui si è dimesso. Ha insegnato nelle più prestigiose università italiane e straniere, come Harward, ed attualmente è editorialista del Corriere della Sera e di Panorama. Tra i suoi recenti libri sono da citare, Il rischio americano (Longanesi, 2003), I confini della storia (Rizzoli, 2003), La quarta sponda. La guerra di Libia 1911-1912 (Longanesi, 2004), Guida alla politica estera italiana. Da Badoglio a Berlusconi (BUR, 2004).
L’opera è concepita in quattro parti, una in più rispetto alla precedente edizione: la prima è dedicata ai primordi dell’uomo europeo, alle grandi invasioni, alle trasformazioni dell’ambiente, alle eredità culturali che ci vengono dalla Grecia, da Roma e dagli arabi e al fondamento della società europea, ossia il cristianesimo.
La seconda tratta della storia degli stati europei, “come furono creati, come divennero potenti, come declinarono, scomparvero e qualche volta rinacquero dopo un lungo intervallo”.
La terza, la parte nuova, intitolata L’Europa nel mondo, racconta come il Vecchio Continente allargò le sue frontiere, dalla scoperta dell’America fino alla decolonizzazione, dopo la Seconda guerra mondiale, passando per i totalitarismi che si diffusero in particolar modo in Italia, in Germania, in Spagna, in Ungheria e in Portogallo, toccando la minaccia comunista, sentita in tutta Europa e specialmente negli USA.
La quarta espone la situazione dell’Europa alla fine della Seconda guerra mondiale: la distruzione, le pesanti umiliazioni subite, le gravi condizioni finanziarie in cui si trovavano i paesi (soprattutto il nostro) e la nascita di una nuova idea d’Europa, questa volta unita, concepita come l’unica soluzione per salvarsi da una terza guerra mondiale e per rilanciare l’economia degli stati, ancora devastati dalla fase finale del conflitto.
In quest’ultimo capitolo troviamo personaggi di grande levatura, pionieri della concezione dell’Europa unita: “Se ogni Stato è garante della pace all’interno del suo territorio, sostiene Kant, soltanto un’unione degli stati e dei popoli può evitare il ricorso alla guerra”.
Mazzini invece “concepisce la Giovane Europa come una famiglia di nazioni amiche”.
Carlo Cattaneo e Victor Hugo ugualmente auspicano gli Stati Uniti d’Europa.
Per Einaudi bisognava persuadere i vecchi stati del continente ad abbandonare una parte della loro sovranità, per il bene comune di un’Unione Europea, per lavorare insieme.
Quindi l’Unione Europea è nata proprio come strumento di salvaguardia dei popoli contro quel mostro, la guerra, che per mezzo secolo aveva seminato stragi nel vecchio continente.
In realtà non è stato proprio così. Ogni paese che ha aderito all’unione non ha dimenticato facilmente i suoi interessi personali, come sperava Einaudi, ma ha portato avanti piuttosto due politiche differenti: quella riguardante l’Europa e quella relativa ai suoi tornaconti.
Questo atteggiamento di contrasto tra due principi ha riguardato, (e per certi aspetti riguarda ancora oggi), in particolare la Gran Bretagna.
Esempi recenti di questa politica sono il rifiuto della moneta unica e la scelta di affiancarsi all’America nell’impresa della guerra irachena che, come spiega Romano, “suscitò l’opposizione di alcuni Paesi europei e finì per accrescere il distacco tra Gran Bretagna e i due maggiori paesi dell’unione, Francia e Germania”.
Dalle parole dell’autore sull’argomento Iraq, tema di forte attualità e di dibattito politico, si evince il totale dissenso sulle strategie militari e diplomatiche di alcuni Stati. Ognuno aveva i suoi motivi per entrare in guerra o rifiutarla: la Francia era convinta che la parola indipendenza per l’Europa significasse autonomia dagli Stati Uniti, la Germania vedeva nella vicenda un’occasione per liberarsi dal legame di sudditanza che aveva contratto con gli USA alla fine del secondo conflitto mondiale, la Spagna, la Polonia e l’Italia per guadagnare, agli occhi degli altri stati europei, più prestigio.
“Nel momento in cui l’unità dell’Europa era maggiormente necessaria, ogni Paese (o piuttosto la sua classe dirigente) è stato guidato dal proprio istinto di conservazione”.
Il nuovo capitolo è di vitale importanza. In questo ultimo infatti sono riproposti in un efficace sunto tutti i principali temi del libro che portano il lettore ad una migliore comprensione dell’ultima sezione dedicata all’unione.
Particolarmente interessante la parte intitolata “L’Europa come modello, dal Giappone alla Turchia”, in cui si scopre un Giappone già propenso a “copiare” il Vecchio Continente a fine 800, con spedizioni organizzate in tutto l’occidente, per ricalcare la cultura, l’amministrazione politica, le tendenze del momento. Tutto questo ovviamente riportato con metodo stacanovista in una relazione ufficiale di cento volumi “che si vendette per molti anni come un best-seller”.
A questo punto siamo diventati la storia. Anche noi siamo su quel palcoscenico.
I fatti che accadono tutti i giorni non sono poi tanto diversi da quelli scritti sui libri: subiamo delle perdite, combattiamo delle piccole battaglie (non necessariamente con fucili e gas tossici), torniamo nella nostra patria, ce ne distacchiamo. Sembra tutto già scritto, forse nel mito o nella poesia, o magari siamo anche noi come quegli eroi epici cantati da Omero.
E’ questo che ci vuole far capire l’autore: i fatti che narra non sono semplici, obsolete vicende, ma sono parte integrante della nostra vita e della nostra cultura, di quella grande famiglia, l’Europa che, come si puntualizza fin dall’inizio, è nata guardando ai romani, ai greci e agli arabi.
Questo è il nostro passato, l’Europa il nostro futuro.
Il quarto è un capitolo da terminare, come spiega lo stesso Romano nelle conclusioni, nessuno sa ancora come andrà a finire la storia d’Europa, se questo cantiere aperto dall’epoca di Carlo Magno ce la farà mai a porre la pietra definitiva. Forse saremo noi giovani a finire il capitolo di questo libro.
“L’autore non è un filosofo della storia e non crede che il corso degli eventi sia guidato da una mano superiore. (…) Sa che molte occasioni vengono perdute e che le soluzioni ragionevoli non sono necessariamente quelle più gradite alla maggioranza degli uomini. Ma si ostina a sperare che l’Unione sia il futuro dell’Europa”.
Magari un giorno invece che “un’insaziabile voglia d’America”, come la società del consumismo ci costringe a pensare, avremo un’incontenibile voglia d’Europa.
Magari l’europeismo andrà di moda.